:: LE INTERVISTE DI PresS/Tletter / Altre Interviste
 

Risponde Mario Pisani

Continuano le interviste a personaggi impegnati nel campo dell’architettura e dell’arte.
A sottoporsi alle domande è Mario Pisani.
L’ intervista e tutte le numerose altre comparse in questa rubrica sono raccolte all'interno della sezione Interviews di Channelbeta http://www.b-e-t-a.net/~channelb/interviews/ e nel sito dell’Ordine di Roma: http://www.architettiroma.it/architettura/opinioni.asp

1.Una auto-presentazione in quattro righe...
Insegno ad Aversa. Un territorio disastrato ma stimolante. Mi piace il rapporto con gli studenti – assai meno snob di quelli delle grandi città. Con loro e gli amici che stimo, partecipo ad avventure progettuali con scarsi risultati, ma grande passione. Scrivo, cercando di scoprire opere e personaggi ancora capaci di meravigliare.

2. Cosa ne pensi dell’ architettura in Italia oggi ...
Hai partecipato anche tu all’esperienza voluta da Casati e Schiattarella di Italy Build. I risultati sono di sicuro interesse. Se la politica credesse ed investisse sull’architettura – soprattutto sui giovani - torneremmo ad essere un Paese europeo che non ha bisogno di importare ingegni.

3. Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua...
Vorrei abitare in Casa Baldi e, dall’altra parte del mondo, in Bamboo Wall di Kengo Kuma. Per una nuova costruzione darei l’incarico a due giovani che hanno collaborato con me in varie occasioni: Antonio Saracino ed Antonio Scala. Sono certo che i risultati sarebbero appassionanti.

4. Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua...
A Jean Nouvel e ai replicanti italiani. Preferisco abitare con meno scalpore !

5. Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.
Molti, ma per la banalizzazione dei dettagli l’auditorio di Renzo Piano

6. Hai scritto su Piacentini e su Brasini. Ci dici in due parole perché ti appassionano questi personaggi?
Per la loro demonizzazione. I nostri guai iniziano con la divisione dei progettisti in conventicole, le sette dei pochi ma buoni, dimenticando che l’architettura non raggiunge il 4 % dell’edificato. Si litiga quindi su un nonnulla. Il vero obiettivo è quello di innalzare il numero delle opere e quindi la qualità. Insomma riportare l’architettura al centro del dibattito culturale. Come è stato in altre epoche storiche.

7. La critica oggi non e' un po’ senza denti?
E’ vero. Anche se li abbiamo mostrati in occasione dell’ultima e penultima Biennale e sui molto bluff dei cacciatori di immagini che lasciano il tempo che trovano. Il tavolo degli orrori forse oggi è rappresentato da ciò che non si pubblica più che dalle stroncature.

8. Che ne pensi della Darc? E se fossi direttore della Darc, quale iniziativa prenderesti subito?
Tutto il rammarico possibile per ciò che si potrebbe ma non si fa. Ad iniziare dal lungo elenco che segnali nella tua rubrica. Al direttore non resta che dare le dimissioni – cosa inusuale in Italia - e proporre un profondo ricambio dell’organico scegliendo tra i giovani architetti che si sono distinti nella teoria e la pratica. Saggi stimolanti e non premesse insignificanti. Iniziative culturali con la minima spesa ed il massimo dei risultati. Ci sono!

9. L’università italiana...la consiglieresti?
Sì. Oltre al tirocinio negli studi professionali proporrei, come a Malta, la pratica nei cantieri. Per quanto riguarda il sistema dei concorsi più che le solite cordate con il codazzo di parenti e portaborse, giurie formate da intellettuali al di sopra di ogni sospetto. Sono convinto che ne esistano ancora. Magari fuori dall’università.
E se si in quale città? Si sente parlare bene di Mendrisio che ha sostituito alle materie scientifiche la filosofia e la letteratura . Mi piacerebbe partecipare ad una commissione di laurea per vedere i risultati.
E a Napoli? Il clima è stimolante, grazie a docenti come Rendina, Pitzalis, Gambardella, Giordano. Alle lezioni di Luca Molinari. Gli studenti sono realmente interessati e pronti a navigare per il mondo cercando le occasioni per fare architettura. Magari sognando la mozzarella ed il pane della terra di lavoro.

10. Una frase che ti piacerebbe veder scolpita sull’ingresso della facoltà di architettura.
“Le nostre menti sono come le nostre braccia che sanno fare qualsiasi cosa se dispongono di utensili, ma che non sanno far nulla da sole”. E’ di J. J. Rousseau, ed appartiene all’Emilio o Dell’educazione, datato quasi tre secoli or sono. Mi sembra davvero attuale.

11. La tua visione dell’architettura: autodefinisciti: reazionario, tradizionalista, moderato, progressista, sperimentalista, avanguardista ( o altro purchè la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda dicendo che sei oltre le sigle...)
Davvero le sigle sono consumate ! Non si può amare contemporaneamente Ronchamp ed il convento del Buon Pastore, l’Istituto per il Mondo Arabo ed il Cristo Re, il Beaobourg e la Moschea di Roma, il Teatro del Mondo e le architetture effimere di via Sabotino, la nuvola d’acqua della Biennale Svizzera e la scuola di Danza a Londra, il cimitero di Parabita e la cupola del Parlamento di Berlino? Forse persino la palestra di Palliano con le sue infiltrazioni sul soffitto e la scala impossibile del Fuksas espressionista e non alla moda. Chi ce lo impedisce ? Dimmi tu che sono ….

12. Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Portoghesi, Gregotti. ( per cortesia non mettere pari merito). Se non vuoi rispondere a questa domanda puoi scegliere quest’altra: devi organizzare un importante concorso a inviti di architettura e ti danno l’incarico di invitare cinque architetti Chi scegli?
Inviterei cinque architetti in grado di rappresentare tendenze diverse tra loro, ma capaci di proporre opere di qualità come Herzog e de Meuron, tra i miei preferiti; la Coop Himmelb(l)au, auspicando che ritrovino lo spirito di Falkstrasse; Gehry anche se rischia di essere ripetitivo; Koolhaas che è sempre stimolante ed il nostro Portoghesi che nelle opere recenti ha ritrovato un nuovo smalto, ispirandosi alla natura.

13: Zevi , Tafuri o Portoghesi?
Ho avuto la fortuna di frequentare le lezioni di Zevi che mi ha trasmesso un profondo amore per l’architettura. Ho amato i libri di Tafuri, vero balsamo in anni intrisi di ideologia. Oggi sono finiti nel dimenticatoio. Con Portoghesi ho la fortuna di dialogare. A volte anche di scontrarmi. E ti assicuro che è sempre stimolante .

14: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico
Inizierei dalla fine: Marc Fumaroli, Le api e i ragni, La disputa degli Antichi e dei Moderni, della Adelphi, ma anche Contro la comunicazione di Mario Perniola. Allo studente proporrei Eugenio Turri, Il paesaggio e il silenzio, che ho saccheggiato nel corso sulla storia del paesaggio e dell’ambiente costruito mentre al progettista il volume di Daniel Libeskind, Breaking Ground Un’avventura tra architettura e vita, ed il catalogo della recente mostra di Emilio Ambasz.

15: Saranno famosi: fammi tre nomi
Non ho capacità divinatorie. Mi sembrano interessanti i lavori dello studio Nemesi, di IeN+ , di Marco Mattieni, di Fabrizio Rossi Prodi, di Giovanni D’Ambrosio. Come vedi si tratta di tendenze diverse tra loro, ma credo che questo sia un dato positivo.

16: Il tuo artista preferito ( non architetto)
Fortunato Depero, mi sembra magico. Ma anche la nuova scuola romana con Schifano e compagni e tra i cinquantenni Alfredo Pirri

17: Gioco della torre: Boeri o Dal Co? Insomma: Domus o Casabella? ( puoi fare anche una carneficina o dire: passo)
Prenderei la spada. Mi piange il cuore nel vedere come sono ridotte la Domus di Ponti e Casabella di Pagano. Per fortuna in Italia non mancano riviste d’architettura.

18: Tre parole oggi importanti
Tolleranza, come capacità di comprendere posizioni diverse dalle nostre. Ibridismi, in barba a chi immagina di innalzare frontiere e lottare contro una società che è già multietnica. E ciò la rende più stimolante. Il tutto condito con una grande dose di semplicità.